Possiamo fare qualcosa per rendere inclusivo il linguaggio?

Possiamo fare qualcosa per rendere inclusivo il linguaggio?

Se le riflessioni su un linguaggio più inclusivo in Italia vi sembrano una “cosa nuova” vi sbagliate.

Asterisco egualitario, schwa: quali sono i modi per evitare l’uso del maschile generalizzato? 

Sessualmente tutto. Genericamente niente.

Oltre il maschile e il femminile: l’esibizione di Achille Lauro sul palco di Sanremo ha portato all’Ariston un’accusa diretta alla sessualità omologata, alla definizione dei generi, ed è contemporaneamente una critica alla mascolinità tossica, agli stereotipi di genere e un inno alla libertà di non definirsi e non riconoscersi nella tradizionale definizione uomo/donna, o ancora avere un’identità di genere neutra. Ma non è l’unico, e del resto il palco di Sanremo - con la sua potente natura nazionalpopolare – ha fatto emergere tutti i limiti e le contraddizioni di una discussione non ancora del tutto matura e consapevole (ha fatto notizia la richiesta di Beatrice Venezi, una delle poche professioniste femminili tra i direttori d’orchestra in Italia, di essere chiamata “direttore” e non “direttrice”). 

Sul linguaggio di genere e sul femminile dei nomi di professione (nonché sul loro continuo mutamento dovuto ai progressi in campo lavorativo e professionale delle donne) si è prontamente espressa l’Accademia della Crusca con un’analisi della parola “direttora” (nel caso specifico, non solo esiste la forma femminile di direttore - direttrice - , ma è in corso da ormai anni una discussione sulla possibilità di utilizzare il neologismo direttora per riferirsi a ruoli dirigenziali).

Il linguaggio inclusivo per le donne e per i generi non binari

Una definizione del genere non binario viene data dall’American Psychological Association:

Non-binary gender identity is any gender identity that does not fall within the strict categories of contemporary Western societies, which typically consider gender to be binary, e.g., either man or woman.

Anche per questo, per molti è sempre più urgente e attuale la necessità di evitare l’uso del maschile generalizzato per includere nel linguaggio parlato e scritto individui gender-neutral, in fase di transizione o di indeterminatezza identitaria, e dunque rendere l’italiano una lingua più inclusiva. Per questo, recentemente, in tanti hanno cominciato a sostituire la vocale alla fine delle parole con un asterisco (asterisco egualitario) o con lo schwa.

In entrambi i casi, introdurre dei nuovi “suoni” nella lingua italiana sembra piuttosto difficile (e controverso). Il linguista Pietro Mauri sostiene che: 

Le lingue sono strumenti al servizio delle persone, non viceversa. Nessuna lingua è maschilista o femminista per se stessa, ma può esserlo l’uso che se ne fa. 

Se questa esigenza vi sembra nuova, sbagliate. È sorprendente: una delle prime pubblicazioni sul tema del language gender gap in Italia risale al 1987, fu commissionata dal Parlamento italiano e fatta stampare dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (all’epoca a maggioranza democristiana): si tratta del testo Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, di Alma Sabatini.

“La lingua italiana, come molte altre, è basata su un principio androcentrico: l'uomo è il parametro, intorno a cui ruota e si organizza l'universo linguistico. Esempio paradigmatico: la stessa parola «uomo» ha una doppia valenza, perché può riferirsi sia al «maschio della specie» sia alla «specie stessa», mentre la parola «donna» si riferisce soltanto alla «femmina della specie». Non si può non sentire il peso dell’ambiguità di massime come «l’uomo è la misura di tutte le cose» in una società patriarcale che ha sempre considerato la donna come «altro», come «diverso».”
(da Il sessismo nella lingua italiana)

Usiamo davvero un linguaggio sessista?

Cosa stiamo facendo per dar voce all’esigenza di un genere (quello femminile) e a quella delle persone gender fluid? Che ruolo hanno la comunicazione digitale, il marketing, la scrittura creativa e pubblicitaria, in questo (lungo) processo? La nostra lingua è ancora “profondamente intrisa di forme segnatamente sessiste e di valori patriarcali”?

L’idea di trasformare completamente la lingua italiana in una lingua «non sessista» non è stata realizzata, né d’altronde era immaginabile che lo fosse. Lo studio ha avuto comunque l’innegabile merito di avere sollevato il problema e di averlo reso presente soprattutto a chi con il linguaggio lavora. 

Tina Anselmi 

Se è vero che ogni Lingua, senza eccezione, è un sistema in lento ma continuo movimento, alcuni cambiamenti sembrano più complessi (e discussi) di altri. La certezza, oggi, è che:

l’italiano è una lingua flessiva con due soli generi: il maschile e il femminile (a differenza dell’inglese, per esempio).

L’analisi di genere e lingua e delle categorizzazioni di genere (gender studies), come riporta un approfondimento della Treccani, analizza come le connessioni tra lingua, cultura, esperienza e genere si riflettono non solo sulla struttura della lingua ma anche sul modo in cui pensiamo e sui comportamenti sociali che la lingua contribuisce ad alimentare o costruire.

Il linguaggio che oggi usiamo sui social e online, nei contesti di vita quotidiana e nella lingua parlata, è sessista? Cosa possiamo fare per evitare l’uso del maschile generalizzato

Alma Sabatini, l’8 marzo, il sessismo nella lingua italiana 

Al momento, in Italia nel mondo esistono diverse idee e approcci: ciò che è auspicabile, qualunque sia la vostra e la nostra idea, è la creazione di una consapevolezza maggiore che possa portare a un cambiamento sociale nonché linguistico.
Alma Sabatini, prima presidente del Movimento di Liberazione della Donna, tra le organizzatrici della prima manifestazione della storia femminista italiana dell’8 marzo 1972, ne scrisse ne “Il sessismo nella lingua italiana”.

Linguaggio inclusivo: chi ne parla oggi in Italia? 

Mentre l’Italia analizza (con non poca difficoltà) le soluzioni inclusive del linguaggio, altri paesi hanno reso centrale il tema del rispetto delle soggettività: nel 2019 il celebre dizionario statunitense Merriam-Webster ha eletto il pronome “THEY” parola dell’anno. Una scelta nata da un’esigenza dichiarata: secondo alcuni studi, nel 2019 le ricerche online per il pronome neutro they hanno subito un incremento del 313%, dimostrando chiaramente un aumento della consapevolezza nell’uso del linguaggio gender-neutral e in merito al tema delle discriminazioni linguistiche


Il dibattito sul linguaggio da usare in Italia per includere le persone non-binary o in senso più ampio del maschile sovraesteso nella lingua italiana è guidato da diversi sociolinguisti tra cui Vera Gheno, specializzata in comunicazione digital e esperta dei comportamenti linguistici delle persone in rete, che abbiamo intervistato a proposito di language gender gap, inteso come "manifestazione linguistica di un dislivello esistente tra generi".